LA LEGGE 194/1978 E LA RU-486. Riflessioni e azioni possibili

LA LEGGE 194/1978 E LA RU-486. Riflessioni e azioni possibili

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Pesaro, 8 marzo 2021
Articolo a cura di APS Percorso Donna

Intro e istruzioni per la lettura

Alla luce della scelta della giunta della Regione Marche del 22 gennaio 2021 di non consentire ai consultori di somministrare la pillola RU-486 e relative motivazioni, l’Associazione di Promozione Sociale Percorso Donna si interroga sui perché alla base di tale scelta e si pone l’obiettivo di fornire informazioni utili sulla IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) al fine di gettare le basi per una riflessione consapevole sull’argomento.

Una raccomandazione: se hai un pregiudizio sull’argomento, cerca di metterlo da parte e buona lettura!

 

Un po’ di storia sulla nascita della legge n. 194 del 22 maggio 1978

A livello nazionale il diritto di aborto è stato introdotto della legge n.194 del 22 maggio 1978. 

Fino alla sua promulgazione, in Italia l’aborto era considerato un vero e proprio reato, pertanto regolato dal Codice Penale nel Libro Secondo “Dei delitti in particolare” al Titolo X “Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe”.

Sviscerando brevemente i primi tre articoli, l’art. 545 c.p. prevedeva la reclusione da sette a dodici anni per chiunque avesse cagionato l’aborto di una donna, senza il consenso di lei.

Il successivo art. 546 c.p. puniva con la reclusione da due a cinque anni sia la persona che provocava l’interruzione di gravidanza sia la donna incinta che vi acconsentiva. Si applicava però la disposizione dell’art. 545 c.p. se la donna risultava essere minore degli anni quattordici, o, comunque, non dotata di capacità d’intendere o di volere o se il consenso era stato estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero era stato carpito con inganno.

L’art. 547 c.p. invece puniva, sempre con la reclusione, questa volta da uno a quattro anni, la donna che si procurava l’aborto. 

Stante l’illegalità di tale pratica, le donne che comunque cercavano un modo per interrompere la gravidanza erano costrette ad interfacciarsi con una brutale quotidianità fatta di silenzi, di indicibili umiliazioni, di pratiche mediche estremamente dolorose e rischiose, eseguite in condizioni igieniche precarie e che ne mettevano in serio pericolo la vita. Una realtà sommersa ma all’ordine del giorno che obbligava le donne, nonostante i precetti penali e le sanzioni che sarebbero state irrogate, o a provvedere da sé o, sull’onda della necessità e della disperazione, anche ad intraprendere lunghi viaggi e spostamenti in luoghi improvvisati e insalubri, dove ad aspettarle vi erano le cosiddette “mammane”, delle figure che, spesso dietro cospicuo compenso, si rendevano disponibili ad infrangere la legge, utilizzando oggetti di fortuna come le grucce appendiabiti, i ferri per fare la maglia, ecc. al fine di praticare l’aborto.

Inutile dire che, di fronte a questo scenario, il rischio più grande per la donna fosse quello di pagare con la vita.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta proprio a causa di numerosi aborti illegali finiti in tragedia, il dibattito riguardante l’IVG approdava sulle prime pagine di cronaca e si cominciava a parlare di depenalizzazione e legalizzazione.

Il primo disegno di legge veniva presentato in Parlamento nel 1973. Esso prevedeva il ricorso all’aborto solo in caso di rischio per la salute fisica o psichica della madre o in caso di  malformazioni fisiche e mentali del nascituro. Il medico avrebbe comunque avuto l’ultima parola sulla necessità o meno del procedimento e si sarebbe potuto esimere nel caso fosse stato obiettore di coscienza.

A seguito di tale disegno si accendeva un aspro dibattito politico e sociale, tanto che nel 1974 un sondaggio condotto dal mensile Panorama svelava che per il 63% degli italiani fosse ormai indispensabile una legge sull’aborto.

Anche la giurisprudenza si apriva a questa strada. All’inizio del 1975, la Corte Costituzionale con una sentenza innovativa, dichiarava parzialmente illegittimo l’art. 546 c.p. sancendo che: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute, proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.

Dopo la presentazione di diversi disegni di legge, finalmente nel 1978 veniva presentato un nuovo testo, che passava velocemente sia il vaglio della Camera che quello del Senato. Il 22 maggio 1978 veniva promulgata ed entrava quindi in vigore la legge 194 intitolata ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza’ a firma del Presidente del Consiglio Andreotti, della ministra Anselmi e dei ministri Bonifacio, Morlino e Pandolfi.

L’art. 22 di tale legge, tuttora vigente, abrogava per intero il Titolo X “Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” sancendo la fine dell’aborto come reato.

Dopo aspri confronti e dure battaglie l’Italia aveva una legge che rispondeva a tutte le esigenze sottolineate dall’opinione pubblica ovvero il diritto all’autodeterminazione della donna, ma anche quello di obiezione di coscienza del personale sanitario.

Nonostante la firma della legge, il dibattito non si spegneva. Dapprima la condanna ufficiale della Chiesa, poi la proposta di un referendum abrogativo della legge 194, avvenuto nel 1981.

In tale occasione il 68% degli italiani decideva di non mutilare la 194 e quindi di mantenerla in vigore così come approvata dal Parlamento il 22 maggio 1978.

In base alla 194, oggi in Italia la donna può richiedere di accedere al servizio di IVG entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari, mentre è possibile far ricorso all’aborto nel quarto e nel quinto mese solo per motivi terapeutici.

È la stessa legge inoltre a descrivere con chiarezza quelle che sono le procedure da seguire: esame delle possibili soluzioni dei problemi proposti; aiuto alla rimozione delle cause che spingerebbero a ricorrere all’aborto; certificazione; invito a soprassedere per sette giorni in assenza di urgenza, sia entro che oltre i primi 90 giorni di gravidanza.

Obiettivo primario è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’interruzione volontaria della gravidanza tramite la rete dei consultori familiari. Tale traguardo deve essere perseguito nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne e annualmente il Ministro della Salute presenta al Parlamento una relazione contenente l’analisi del fenomeno IVG.

Una cosa però è la forma, un’altra è la sostanza. Nonostante siano passati 40 anni e la legge 194 sia tutt’ora in vigore, non sempre viene applicata.

All’art. 9 la stessa stabilisce che il servizio di interruzione volontaria di gravidanza debba essere presente in tutti gli enti ospedalieri. Contrariamente però Silvana Agatone, presidente della Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga) in un articolo del 22 febbraio 2017 sottolinea come soltanto il 59% degli stessi garantisce tale servizio. Il restante 40% contravviene pacificamente alla legge.

Inoltre, la stessa Agatone evidenzia come, anche quando il servizio di IVG sia in tutto o in parte garantito, non manchino i problemi. Spesso infatti è affidato ad una sola persona e in queste situazioni, nel caso in cui il medico non obiettore sia assente per differenti motivi (ferie, malattia o pensione) il servizio svanisce.

 

Fonti:

https://www.bossy.it/legge-numero-194-storia-aborto-in-italia.html

https://www.altalex.com/documents/news/2013/07/16/dei-delitti-contro-la-integrita-e-la-sanita-della-stirpe

https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2017/02/22/aborto-medici-non-obiettori-40-ospedali-non-lo-garantisce_a247e6db-648a-45ce-8cd1-d8bc0cf670fe.html

https://tg24.sky.it/cronaca/2011/05/14/referendum_aborto_30_anni_anniversario_17_maggio_1981

http://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?lingua=italiano&id=4476&area=Salute+donna&menu=societa

 

L’articolo 15 della 194 e la sua “semi” applicazione in Italia

L’articolo 15 della legge 194/78 recita:

“Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad approfondire le questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza.

Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale.”

 

L’utilizzo della strategia farmacologica si inserisce a pieno titolo nel rispetto del suddetto articolo in quanto rappresenta una metodica aggiornata, sicura e fortemente raccomandata (v. fonte World Health Organization) che garantisce la sicurezza e l’appropriatezza sia dal punto di vista fisico che psichico.

A conti fatti, rendere difficoltoso l’accesso all’IVG non ne riduce la richiesta o il ricorso da parte delle donne, né contribuisce ad aumentare la natalità.

Le ricerche condotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano come non ci siano differenze sostanziali in termini numerici di donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza in paesi dove l’aborto è legale e dove non lo è. L’unica differenza cruciale è che laddove l’aborto non è garantito legalmente e in maniera sicura ed aggiornata, la mortalità e la presenza di complicazioni risultano aumentate.

Ne consegue che garantire l’accesso legalmente e in maniera sicura all’interruzione volontaria di gravidanza non ne implica un maggior ricorso, ma evita possibili complicazioni, anche gravi e fatali.

L’aggiornamento continuo in medicina è alla base della professione medica e delle professioni sanitarie: l’innovazione e la ricerca scientifica necessitano dell’alleanza con gli aspetti giuridici e legislativi per garantire a pieno la promozione e la tutela della salute dei cittadini.

La metodica farmacologica di interruzione della gravidanza, laddove attuabile, rappresenta a pieno titolo un aggiornamento moderno e sicuro delle tecniche abortive, evitando le complicazioni connesse alla pratica chirurgica (infezioni etc) e migliorando la risposta psicoemotiva della donna che vi ricorre.

La proposta di renderne possibile la somministrazione per via ambulatoriale o in consultorio è pienamente congrua con gli standard di sicurezza, andando inoltre a ridurre le ospedalizzazioni (e anche i conseguenti costi in termini economici) e rendendo di fatto l’esperienza più tollerabile per la donna.

Si aggiunge, in epoca di pandemia da Covid-19, una riduzione importante dei rischi connessi alla circolazione del virus in quanto risulta bypassabile la degenza in ambiente considerato a rischio.

Alla luce di quanto analizzato e al di là della motivazione ideologica, ci chiediamo dal punto di vista pratico perché negare l’accesso all’IVG farmacologica tramite consultori, strategia che si dimostrerebbe vantaggiosa sotto molto aspetti: sicurezza della donna, riduzione della spesa economica, perfetta aderenza alla legge 194/78, riduzione dei rischi per la collettività in merito alla circolazione del SARS-CoV-2, pieno rispetto e garanzia dei diritti per la tutela della salute del cittadino, snellimento delle pratiche burocratiche, bisogno ridotto di personale sanitario dedicato.

 

Fonte:

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/70914/;jsessionid=BF8147A9E8F48D2BEA616427DF5B576A?sequence=1

 

Approfondimento e breve storia della pillola abortiva

Nel 1980 Étienne-Émile Baulieu, lavorando per i laboratori Roussel Uclaf su derivati del progesterone, scoprì un potente anti-progestinico che venne inizialmente chiamato RU-38486, iniziali del laboratorio dove fu messo a punto e numero di serie.

Sperimentato a partire dall’inizio degli anni ottanta come un’alternativa all’aborto “meccanico”, sola tecnica abortiva allora possibile, la molecola provocò una levata di scudi da parte degli ambienti ostili all’aborto volontario. Ciononostante, il mifepristone venne posto sul mercato in Francia nel 1988 per l’uso in combinazione con prostaglandine. 

Nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) conferma la sicurezza del mifepristone e definisce le linee guida in un documento: “Safe abortion: technical and policy guidance for health systems”.

Nel giugno 2007 l’Agenzia europea per i medicinali (in inglese European Medicines Agency, abbreviata in EMA) approva l’uso del mifepristone e ne ribadisce la sicurezza, autorizzandone l’uso anche in caso di “preparazione” del collo dell’utero all’aborto chirurgico. In novembre viene trasmessa al Ministero della Salute italiano la documentazione per la procedura di mutuo riconoscimento, che permette la registrazione del farmaco anche in Italia sulla base delle norme comunitarie, ma il ministro Livia Turco blocca ancora la procedura chiedendo al Consiglio Superiore di Sanità di «formulare un parere nel pieno rispetto della legge 194».

Il 30 luglio 2009 la RU-486 viene approvata dall’Agenzia italiana del farmaco con 4 voti favorevoli su 5.

Il 25 novembre 2009, dopo un’inchiesta conoscitiva, la Commissione Sanità del Senato approva con i voti dei partiti di centro-destra un documento che chiede al governo di fermare la commercializzazione della RU-486 in attesa di un parere tecnico del Ministero della Salute circa la compatibilità con la legge 194 per poter stabilire profili di utilizzo coerenti con la stessa, in particolare il ricovero obbligato in ospedale durante tutto il ciclo di assunzione del farmaco.

Dal 10 dicembre 2009, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio, la RU-486 entra definitivamente a far parte dei farmaci utilizzabili in Italia.

A conti fatti però, secondo i dati ISTAT e le indagini del Ministero della Salute relative alle interruzioni di gravidanza in Italia, la somministrazione di mifepristone è ancora oggi la terapia di gran lunga meno utilizzata, nonostante abbiamo riscontrato essere tra le più sicure.

 

Fonti:

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2924_allegato.pdf

http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=41127

https://it.wikipedia.org/wiki/Mifepristone 

 

Dibattito sul tema e azioni concrete

Potremmo dibattere sul tema all’infinito, ma lo abbiamo premesso, non è questo il nostro intento: non vogliamo che il tema dell’aborto diventi un terreno di giudizio né tantomeno di lotta partitica tra destra e sinistra per il torto o per la ragione.

Se trasversale è la lotta alla violenza di genere, della quale ci occupiamo da sempre, trasversale deve essere anche la tutela del diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne ed è questo che vogliamo continuare a garantire: è questa la nostra battaglia di civiltà politica.

Sulla mozione approvata per cui la RU-486 non potrà essere distribuita nei consultori marchigiani, crediamo che ostacolare l’aborto in sicurezza, lo testimoniano la storia e i dati forniti, non sia la chiave per aumentare la natalità e segni anzi un pericoloso passo indietro .

Digitate su qualunque motore di ricerca le parole “abortire con..”. In automatico appariranno metodi e modalità “casalinghi” per abortire senza rivolgersi al Servizio Sanitario Nazionale: “…con il prezzemolo, …con la borsa dell’acqua calda, …con la gruccia”.

Non dimentichiamo la storia dunque, non cancelliamo la ricerca, non calpestiamo i diritti di tutte le donne. Questa, nel 2021, per noi sarebbe davvero la più grande sconfitta.